La mia prima visita a Cuba si è svolta durante i giorni importanti e frenetici dei funerali di Fidel Castro: attraversare l’isola in quest’occasione è stato emozionante e intenso, così come intensi erano gli sguardi dei giovani cubani che urlavano compatti il nuovo slogan in ricordo del loro leader rivoluzionario. Nei 900 km di viaggio che il convoglio funebre ha percorso dalla capitale alla città di Santiago de Cuba dove le ceneri sono state sepolte, ho osservato la popolazione rispettosa e determinata a salutare la figura che sessant’anni prima ha cambiato il volto dell’isola, attendendo ore in interminabili le per visitare la camera ardente a La Habana, oppure ascoltando i giovani che ripetevano quasi a memoria le frasi che Raul Castro ha pronunciato nel suo discorso di commemorazione. Così come mi ha colpito il silenzio surreale che è calato sulla folla mentre il carro funebre passava, neanche poi così lentamente, tra le vie della capitale contrapposto invece ai cori degli studenti di Santiago al parco Cespedes. Per i nove giorni di lutto nei quali la vendita di alcool, la musica ad alto volume e le feste sono state vietate, i programmi televisivi hanno sostituito il chiassoso rumore caraibico che mi aspettavo di trovare con immagini, lunghe interviste e filmati di repertorio trasmesse massicciamente per omaggiare il Lider Maximo e la Rivoluzione cubana.
Il paese che si è presentato davanti ai miei occhi era un paese con le vetrine dei negozi mezze spoglie e le immagini propagandistiche a affisse sui muri o sventolate con orgoglio dalla gente, ma anche con i turisti su lucidissime auto degli anni ’50 e le perfette case coloniali di Trinidad, patrimonio dell’Unesco. Ma ancora, il segno più evidente del cambiamento: gli “internet point” a cielo aperto che oramai riuniscono cubani di ogni età desiderosi di comunicare con il mondo..
La distanza tra cubani e me, straniero con macchina fotografica al collo, si riduceva istantaneamente quando scoprivano che il motivo del mio viaggio era proprio assistere e documentare il funerale del Lider Maximo, raccontandomi aneddoti o mostrando foto e cimeli della rivoluzione. Ho così ascoltato il racconto di chi ha partecipato come insegnante alla campagna per la scolarizzazione lanciata da Fidel nel 1960 e che ha portato nel giro di un anno a diminuire drasticamente la percentuale di analfabeti sull’isola e i ricordi di chi non è riuscito ad entrare al concerto dei Rolling Stones, tenutosi a marzo di quest’anno, ma ha sentito una “musica fortissima, come mai aveva sentito prima”.

Molte sono state le domande che mi sono posto in questo viaggio in una Cuba trascinata nella storia dal carisma di un giovane avvocato con la barba, ma una sola mi chiedo spesso alla ne dei racconti delle mie impressioni: quanto durerà l’eco dello slogan YO SOY FIDEL che riecheggiava in ogni via dell’isola durante i giorni di lutto?

Fidel Castro Ruz, one of the most iconic people of the last century, died on November 25th 2016, at the age of 90. A 9 days mourning had been declared on the island and the morning of Nov 30th his remains moved from the capital La Habana to the last stop of his long and intense life: Santiago de Cuba, the place where almost 60 years ago he proclaimed the victory of the revolution. Along the travel to Santa Ifigenia’s cemetery, people showed up with national flags, propaganda posters and a respectful silence interrupted only, by a unite choir: ‘Yo soy Fidel!’.
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